martedì 6 gennaio 2009

Gigi Buffon - il libro autobiografico!



Buffon confessa: "Nel 2004 sono caduto in depressione".


Il portiere si racconta in un libro.


14/11/08.

Ricco, famoso, con una moglie bellissima e un bel bambino, eppure, il numero uno italiano per eccellenza, Gianluigi Buffon, confessa di aver attraversato un periodo bruttissimo in cui è caduto in depressione. Secondo quanto si legge nel suo libro autobiografico intitolato, non a caso, proprio “Numero uno”, il portierone della Nazionale avrebbe vissuto malissimo dal dicembre 2003 al giugno 2004 e si sarebbe addirittura dovuto affidare alle cure di una psicologa.Il libro - Nel libro, il celebre giocatore ripercorre la sua vita sportiva e privata, e, riferendosi a quell’arco temporale, rivela: “Non ero soddisfatto della mia vita e della professione, del mio lavoro. Lo ricordo come un periodo molto cupo, ricordo che mi tremavano le gambe all’improvviso”. Una cosa che all’estremo difensore della Juventus pesava moltissimo. “Sono una persona solare, ottimista – racconta in una intervista a La Stampa – e quindi ne soffrivo molto. Pensare che, da ragazzo, mi chiedevo come facessero le persone ricche e normali a cadere in depressione”."Se ne può uscire" - Ma oggi Buffon ha recuperato la sua allegria e vuole testimoniare che da certe situazioni si può uscire. Arriva un momento in cui il buio viene sostituito nuovamente dalla luce. “A me – racconta il calciatore – è successo all’improvviso, proprio là dove avevo paura di andare, agli Europei in Portogallo.


Durante Italia-Danimarca, una partita orrenda: ero l’unico che sorrideva”.

Un po' di STORIA 7 - Hugo Orlando Gatti









Un bravo attore non fa mai la sua entrata prima che il teatro sia pieno. Aforisma di Jorge Luis Borges

Boca Juniors e River Piate. Le due anime di Buenos Aires. Le due squadre più blasonate del Sudamerica. Due modi discrepanti di concepire il calcio. Operaio e orgoglioso quello degli xeneize. I genovesi. Perché furono gli immigrati liguri a fondare il club. Sofisticato e millonarios quello del River. La squadra dei quartieri alti, dell'aristocrazia. BocaRiver è la madre di tutte le partite. È semplicemente El Superclasico. Una festa di luci e colori. Una passione che va oltre le divisioni culturali, sociali e sportive. Alla «Bombonera» così come allo stadio «Monumentai». Perché invertendo i fattori il risultato non cambia.
In quei novanta minuti da vivere in apnea il sistema nervoso dei calciatori viene messo a dura prova. Anche quello dei professionisti più navigati. Ma come in tutte le regole che si rispettino è un'eccezione a uscire dal coro. Una scheggia impazzita. Quella variabile folle che ha albergato per anni nel corpo e nella mente di Hugo Orlando Gatti. «El Loco» per antonomasia del calcio mondiale.
Ghigno da Jack Palance in un western da duello all'ultima pallottola. Fascetta tra i capelli fluenti alla Beatles. Irriverente e sfrontato. Gatti è stato per oltre quattro lustri l'indiscusso (e discusso) protagonista del calcio argentino. Nel 1967, quando difendeva la porta del River Piate, profanò la «Bombonera». Oltraggiò El Superclasico. Si sistemò a pochi passi dalla curva del Boca Juniors mentre in campo cominciò a piovere di tutto. Un'autentica grandinata di oggetti. Tra cui una scopa. «El Loco» non fece una piega. Non richiamò neppure l'attenzione dell'arbitro. Non si lamentò per il lancio di biglie e lattine che avrebbero potuto aprirgli la testa a metà come un cocomero. Si limitò a raccogliere da terra la scopa e cominciò a ramazzare l'area di rigore. A partita in corso. Lasciando incustodita la porta. I tifosi, sorpresi, non poterono far altro che applaudire divertiti lo sfrontato portiereclown dei milionario^. In quell'istante nacque la leggenda di Gatti. Il portiere più longevo della storia del calcio argentino. Capace di restare sulla breccia fino a 44 anni suonati, alternando prestazioni formidabili ad atteggiamenti fuori dell'ordinario.
Le stravaganze e i momenti di follia furono il filo conduttore della sua carriera. Come quella volta a Kiev, nel marzo del 1976, quando con la Nazionale argentina affrontò in amichevole l'Unione Sovietica. Faceva un freddo polare. Il vento gelido tagliava la pelle. Gatti non fece una piega. Giocò una partita impeccabile. E ai cronisti che lo intervistarono rivelò con la massima schiettezza. «Nella borraccia che ho sistemato dietro alla porta non ho messo acqua, ma vodka. Ogni tanto ne mandavo giù un sorso. E così sono sopravvissuto senza correre il rischio di morire assiderato».
Un episodio che gli valse un ricco contratto pubblicitario per sponsorizzare una famosa marca di superalcolici. Vodka in Russia e whisky per combattere le inclemenze dell'inverno durante le partite del campionato argentino. Gatti non si faceva mancare proprio nulla. Non si lasciava sfiorare dai giudizi della gente. Restava impassibile di fronte alle critiche. A volte fin troppo ingenerose. «El Loco» era un personaggio a parte. Fuori dagli schemi. Viveva nel suo mondo. Interpretava il calcio alla sua maniera. Lontano dai compromessi, distante anni luce dalle convenzioni.
Nel 1980, mentre tutto il mondo iniziava ad apprezzare i colpi di classe del giovane e talentuoso Diego Armando Maradona, lui non perse occasione per parlarne male. Per criticarlo severamente. Bocciandolo senza troppi convenevoli. «Ma dove crede di andare? Non vedete quanto è grasso?». Qualche giorno dopo «ci l'iU' tir ( )r<>» si vendico del «Loco» chiacchierone rifilandogli quattro gol, uno quasi dalla bandiera del calcio d'angolo, nella sfida che l'Argentinos vinse sul Boca Juniors per 5 a 3. Avevamo lasciato Gatti nel River Piate con una scopa tra le mani e lo ritroviamo con la maglia degli acerrimi rivali. Roba da rivoluzione. «El Loco» iniziò poco più che sedicenne a giocare a calcio nel modesto Atlanta, compagine di sesta divisione. Sognando di ricalcare le orme di Amadeo Carrizo, uno dei portieri argentini più eleganti dell'epoca. Disputò quattro stagioni nel River, sette col Gimnasia y Esprima La Piata, ma nel 1976 coronò un sogno accarezzato da sempre. Vestire la maglia della sua squadra del cuore, il Boca Juniors appunto. Dove Maradona diventò cinque anni dopo suo compagno di squadra. E pensare che dalla curva della «Bombonera» tentarono di rompergli la testa!ì
Gatti comunque non nascose mai il suo amore per gli xeneize. Nel 1973 tornò nel tempio del Boca con la maglia del Gimnasia. Come al solito venne accolto da fischi e insulti di ogni genere. Ancora una volta lasciò la porta incustodita, e dirigendosi sotto la curva avversaria, la leggendaria «Numero 12», si tolse la maglietta da portiere. Mettendo in bella mostra una tshirt con i colori azuly oro. Quelli del Boca! Lo stadio esplose in un boato assordante. Come se fosse stato appena realizzato un gol. Diavolo di un Gatti! Si muoveva in campo da attore consumato. Incurante di tutto e tutti, ma era anche un portiere di livello mondiale. Forse per questo motivo gli veniva perdonato qualsiasi capriccio. Come ad esempio rifiutare le convocazioni della Nazionale. L'allora et Cèsar Luis Menotti avrebbe voluto schierarlo ai Mondiali che l'Argentina dei generali impomatati organizzò nel 1978. Lui però rifiutò l'invito. «Non sono più un ragazzina. Ubaldo Filici è più forte di me. Con lui tra i pali l'Argentina vincerà i Mondiali». E così effettivamente accadde.
Qualche anno dopo rivelò però il vero motivo che lo spinse a rinunciare alla Coppa del Mondo: «Non volevo essere complice dei dittatori che usarono il calcio per nascondere i loro crimini e quintali di merda».
Con la Selección totalizzò appena 18 partite, ma in campionato disputò qualcosa come 765 gare ufficiali. Record tuttora imbattuto. Vincendo tre campionati, due Libertadores (l'equivalente della Coppa dei Campioni) e la Coppa Intercontinentale. Tra i pali era degno del cognome che portava. Aveva infatti la rapidità e il dinamismo di un felino. In carriera parò 26 calci di rigore e inventò una tecnica bizzarra per disorientare gli attaccanti avversar!, battezzata «La de Dios». Quella di Dio. Ginocchia a terra, braccia piegate, sguardo perso nel vuoto. Nelle situazioni più disperate aspettava gli attaccanti lanciati a rete in questa strana posizione. Era un autentico martirio per suoi compagni, ma questo giochetto, da far rivoltare nella tomba il barone De Coubertin, metteva in imbarazzo gli awersari che il più delle volte gli consegnavano il pallone. Gatti si sentiva uno showman. Il protagonista di uno spettacolo dal vivo. Di un reality show. Antesignano del «Grande Fratello». Dove la telecamera spiona non era altro che l'occhio dei tifosi. «Pagano un biglietto anche piuttosto salato per vedermi all'opera raccontò una volta, è giusto che perlomeno si divertano».
E lui non mancò mai di intrattenere il suo pubblico. Come quando nella sfida tra Boca ed Estudiantes del 1981 partì dall'area con il pallone tra i piedi, dribblò tre awersari e servì la sfera all'attaccante Hugo Perotti che realizzò il gol della vittoria. Ci riprovò qualche tempo dopo contro il River Piate, tentando un tunnel ad Antonio Alzamendi. Calcolò però male la traiettoria e l'esperto bomber uruguayano lo punì con il gol che decise El Superclasico. Qualsiasi altro portiere sarebbe stato fatto a pezzi dagli ultras inferociti. Gatti no. Gatti era una leggenda vivente, e venne ugualmente applaudito dalla «Numero 12».
Con Gatti i tifosi vivevano dalle tribune dello stadio le stesse emozioni che si provano di solito al luna park o sotto il tendone di un circo. Un suo ex compagno di squadra, Arici Krasouski, racconta che durante una sfida decisiva di campionato si voltò verso «El Loco» per dargli alcune indicazioni, «gli awersari stavano attaccando, ma Gatti era appoggiato a uno dei pali della porta con gli occhi chiusi. Stava prendendo il sole!».
Alcune volte sembrava svogliato, quasi assente. Assorto nei suoi pensieri. Non accennava neppure a tuffarsi. A fine partita si giustificava dicendo che «i portieri si atteggiano da acrobati solo per farsi immortalare sui giornali. Io so perfettamente quando un pallone è diretto nello specchio della porta. E quindi decido se è il caso o meno di tuffarmi». Nelle gare in cui non veniva mai impegnato era solito sedersi addirittura sulla traversa, osservando le azioni come un tifoso qualsiasi. In allenamento si sottoponeva raramente agli esercizi con il preparatore dei portieri. Preferiva giocare da centravanti, «perché è il modo migliore per vedere come si muovono e che cosa pensano in campo gli attaccanti». I giornalisti lo adoravano, anche se il più delle volte rilasciava interviste mentre correva intorno al campo, costringendoli a inseguirlo armati di penna e taccuino, o mentre eseguiva una lunga serie di addominali. Una volta dichiarò: «Io non ho idoli nel calcio. Ammiro Gesù Cristo in croce. Lo considero mio padre. Anche se è invisibile. E tutto ciò che mi occorre al mondo».
Calcio, stravaganze e misticismo per 26 anni di carriera tra i professionisti. Fino ali'11 settembre del 1988, quando a 44 anni suonati giocò la sua ultima partita ufficiale. Segnata purtroppo dalla sconfitta casalinga del Boca Juniors, macchiata da un suo errore contro il modesto Deportivo Armenio.
Gatti lasciò il calcio per intraprendere la carriera, altrettanto brillante, di giornalista sportivo e commentatore televisivo. Portò nel mondo dei mass media lo stesso tocco di follia che aveva caratterizzato tutta la sua attività sportiva. Critico, polemico e controcorrente. In tutti questi anni non ha risparmiato nessuno. Neppure il portiere della Selección Roberto Carlos Abbondanzieri, suo erede al Boca Juniors: «È una vergogna che un mediocre come lui possa giocare in Nazionale» O il celebrato allenatore olandese Louis Van Gaal: «In Argentina verrebbe licenziato dopo un paio di giorni». Naturalmente collezionò un bel mucchio di querele. «Sono ancora migliore di certi calciatori che si credono stelle del pallone», disse qualche tempo fa. E fu preso in parola.
Ricardo Palasón, presidente dell'Indio de Brandsen, una squadra semiprofessionista di una cittadina a ottanta chilometri da Buenos Aires, gli offrì un contratto per tornare a giocare tra i pali a 61 anni! Gatti ci sta ancora pensando. Perché la proposta è sempre valida. La tentazione è fortissima. La voglia di esibirsi ancora una volta nel grande circo lo attrae e lo tormenta. I riflessi non saranno certo più quelli degli anni d'oro, ma un consumato showman, il Jack Palance della pelota, non può certo permettersi di deludere il suo pubblico affezionato.

Un po' di STORIA 6 - Bert Trautmann






Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria. Aforisma di Virginia Woolf

Da paracadutista della Luftwaffe di Hitler a ufficiale dell'Ordine dell'Impero britannico. La vita, le emozioni e la carriera sportiva di Bert Trautmann sono racchiuse in questi due fotogrammi. Remoti. Contrapposti. Distanti anni luce tra loro. Raccontare la storia del soldato Bert è quasi come rievocare un capolavoro del cinema come «Fuga per la vittoria». Il periodo storico è lo stesso. La ricostruzione scenica pure. Anche in questo caso ci sono buoni e cattivi, campi di prigionia e una squadra di galeotti che gioca a pallone.
Bernhard Cari «Bert» Trautmann, nato a Brema nel 1923, era un giovane coraggioso e irrequieto. Completamente soggiogato dalla dottrina nazista. Aveva appena 17 anni quando decise di arruolarsi come paracadutista nella Luftwaffe, l'aviazione militare più potente e temuta al mondo. Non aveva neppure terminato gli studi quando scelse di far parte di un corpo speciale votato alla morte, all'estremo sacrificio. Bert d'altra parte con la morte ci conviveva. Sembrava subirne il fascino. Sopravvisse al bombardamento della città olandese di Arnhem, rimanendo per tre giorni sotto le macerie di una scuola. Restò illeso all'esplosione in pieno volto di una bomba a mano. Sfuggì ai russi, ai francesi, persine agli americani davanti a un plotone d'esecuzione.
Danzava tra i proiettili e giocava a dadi con la sorte. Fino al 1945. Quando venne catturato dalle forze armate britanniche e spedito nel campo di prigionia di Ashton nel Lancashire. Nella città che diede i natali al leggendario attaccante Geoff Hurst.
In attesa di conoscere il proprio destino trascorreva l'ora d'aria giocando a calcio con gli altri galeotti. Da ragazzine si era dedicato al nuoto e alla pallamano. Il fussball non l'aveva mai praticato. Ignorandone la naturale predisposizione. Bert si rivelò infatti un valido centrocampista difensivo, tutto fosforo e polmoni. Durante una di queste partite si infortunò al ginocchio. Non riuscendo più a correre chiese di cambiare ruolo col portiere. Una circostanza tanto fortuita quanto decisiva per la sua vita. Tra i pali il ragazzetto tedesco sembrava saperci fare. Era un acrobata. Era stato per anni paracadutista e volare da un palo all'altro con estrema disinvoltura non rappresentava certo un problema. Il fisico scolpito nel marmo gli permetteva di scagliare con le mani il pallone oltre la metà del campo. Un gesto atletico emulato negli anni a venire da un altro superman teutonico, Tony Schumacher.
Tanta grazia non poteva certo rischiare di deteriorarsi in un carcere militare. Lo pensarono in molti vedendolo giocare. Anche un secondino che arrotondava lo stipendio come osservatore di una squadra di quarta divisione inglese di Saint Helens Town. Capitale britannica del rugby, più che del calcio. Il provvidenziale ingaggio fu il lasciapassare per balzare oltre le sbarre. Per lasciarsi alle spalle un passato scomodo e tormentato da soldato della gioventù hitleriana. Un passato che purtroppo riesplose in tutta la sua recrudescenza nel 1949, quando firmò un contratto da professionista con il Manchester City per rimpiazzare la gloria locale Frank Swift. Terribile fantasmi che canzonarono Bert nella partita d'esordio contro il Bolton. La stampa aveva già provveduto a gettare benzina sul fuoco titolando a nove colonne II Gty ha ingaggiato un nazista.
Al resto ci pensarono cinquantamila spettatori inferociti che gli urlarono di tutto. Dal razzista al genocida, all'assassino. Altri quarantamila nel frattempo sfilarono per le strade di Manchester chiedendo al governo britannico di rimpatriarlo. Un clima caldo, fin troppo arroventato per l'umida e piovosa Inghilterra. Fu Trautmann a diffondere nell'aria una brezza refrigerante. A trasformare fischi e insulti in applausi. «Sono convinto che la rabbia dei tifosi non fosse rivolta a me, ma piuttosto alla Germania racconta. Un tedesco che appariva in Inghilterra a pochi anni dalla fine del conflitto per giocare a calcio lasciò interdette molte persone. Riaprì ferite. Con l'aiuto dei miei nuovi compagni ho superato tutte le difficoltà. Ed è così che l'Inghilterra è diventata casa mia. Proprio come lo era stata la Germania».
Sembrava un'impresa impossibile trasformarsi da invasore a eroe. Ma Bert Trautmann accettò la sfida e la vinse. Raggiunse l'apice della popolarità il 5 maggio del 1956. Una data che i tifosi del Manchester ricordano con plausibile orgoglio. Perché quel giorno il City sollevò al ciclo la Football Association Cup. Un trofeo che in Inghilterra vale più dello scudetto. E per mettere le mani su quella coppa il soldato Bert rischiò ancora una volta la vita.
La sfida col Birmingham si stava trasformando in una battaglia. Con la difesa del City in trincea e gli awersari che stavano provando le ultime disperate incursione per riacciuffare quantomeno il pareggio. Uno scenario che al portiere tedesco ricordò frammenti di vita passata. L'attaccante Peter Murphy saltò come birilli i giocatori del reparto difensivo. Trautmann, ultima sentinella a separarlo dalla gioia del gol, in una combinazione di coraggio e imprudenza fece scudo con il proprio corpo. Immolandosi come un impavido kamikaze a Pearl Harbour. Fu come essere investito da un treno in corsa. La coscia di Murphy gli spezzò praticamente il collo. Bert restò a terra. Privo di sensi, ma con il pallone saldamente tra le mani. Lo rianimarono con i sali, ma non si rese conto di avere una vertebra del collo fratturata e riprese a giocare. Salvando ancora il risultato negli istanti che precedettero la fine delle ostilità. In una foto sbiadita di mezzo secolo fa si scorge Trautmann che passeggia sulla linea di porta massaggiandosi il collo. Ignaro del grave incidente. Soltanto quattro giorni più tardi scoprì di essere stato assistito ancora una volta dalla buona sorte. Da Lady Luck, come scrissero i giornali dell'epoca. Come quando riuscì a fuggire dal plotone d'esecuzione dei soldati americani armati di fucile e con il colpo in canna. I raggi X rivelarono che la seconda di cinque vertebre fratturate si era spezzata di netto in due. Bert era sopravvissuto solo perché una delle altre vertebre si era appoggiata su quella rotta mantenendola al suo posto. Una circostanza fortuita che gli salvò la vita. Un episodio che cancellò del tutto dalla mente dei tifosi l'immagine di Trautmann ambasciatore del diavolo. E che gli offrì l'opportunità di vincere il premio di miglior calciatore inglese. Riconoscimento che il campanilismo inglese aveva tenuto a debita distanza da chi non aveva sangue british nelle vene.
L'unico rimpianto nella splendida carriera di Trautmann fu quello di non aver difeso la porta della Nazionale tedesca. Il et dell'epoca Seep Herberger non vedeva di buon occhio i calciatori che militavano all'estero. Tanto meno die TorwartLegende, che giocava sotto la bandiera del nemico britannico. E così Bert non prese parte al Mondiale in Svizzera del 1954. Quello vinto proprio dalla Germania sulla sorprendente Ungheria. «Fu comunque una grande emozione. Seguii ogni azione della partita alla radio. Ero a Manchester, ma a Berna con il cuore». Giocò per il Manchester City fino al 1964, disputando 639 gare ufficiali. A quarantanni suonati alzò bandiera bianca e il «Main Road» salutò il suo addio dalle scene calcistiche con un applauso lungo dieci minuti. Sugli spalti uno striscione recitava, Nessuno stadio vedrà mai più un altro Bert Trautmann. Il meritato tributo del pubblico per l'uscita di scena di un formidabile alfiere. Il commiato del soldato Bert emozionò anche Bobby Charlton, bandiera del calcio inglese e avversario di tante sfide con la maglia dello United. «Nel calcio ci sono stati due grandi portieri. Uno era Lev Jashin, l'altro il ragazzone tedesco che giocava nel City».

Foto di alcuni ottimi inteventi...









Gianluigi Buffon



« Il bello non è stato vincere il Mondiale, ma aver portato in piazza gente che fino a un'ora prima litigava dalla mattina alla sera. Il meglio della vittoria sono gli occhi di chi la festeggia. »





Gianluigi Buffon OMRI (Carrara, 28 gennaio 1978) è un calciatore italiano, portiere della Juventus e della Nazionale italiana. Campione del Mondo con la Nazionale nel 2006. Nello stesso anno è stato premiato dalla FIFA come miglior portiere del Campionato mondiale e si è classificato secondo nella classifica del Pallone d'Oro, dopo il connazionale Fabio Cannavaro.
La UEFA lo ha premiato con il titolo di miglior portiere e, unico caso tra i giocatori del suo ruolo, miglior giocatore dell'edizione 2002/03 della Champions League. Nel 2007, per la quarta volta dopo il 2003, 2004 e 2006, è stato considerato il miglior estremo difensore in attività dall'IFFHS, organismo che si occupa delle statistiche riguardanti la storia del calcio, che gli ha assegnato nuovamente il premio di "Portiere dell'anno".
Gianluigi Buffon nasce a Carrara il 28 gennaio del 1978 da una famiglia di sportivi: la madre Maria Stella è stata campionessa di lancio del peso e del disco, il padre Adriano è stato campione di lancio del peso, le sorelle Guendalina e Veronica sono state delle importanti giocatrici di pallavolo militando anche in serie A1. È felicemente fidanzato con la modella ceca Alena Seredova, che il 28 dicembre 2007 lo ha reso padre di un maschietto: Louis Thomas. Nel tempo libero ascolta molta musica. Gli piacciono sia i grandi successi della musica italiana e internazionale (I Wish You were here dei Pink Floyd’s, We are the Champions dei Queen e Certe Notti di Ligabue), sia le novità che vengono trasmesse alla radio. Gli piace molto anche guardare dei film e, quando può, adora farlo rilassato sul divano di casa. Il suo attore preferito è Nicolas Cage, mentre il suo film cult è sicuramente Gli Intoccabili. Non guarda molta televisione.Uno dei suoi modi preferiti di rilassarsi è fare ritorno a Carrara, dove può ritrovare il calore di casa e la tranquillità di quando era ragazzo.Gigi cura con molta attenzione il suo look: abiti sportivi per il giorno, abiti classici per le serate passate con gli amici, magari in un buon ristorante. Dal febbraio 2005 gestisce insieme alla sorella Veronica la linea d’abbigliamento “Baggage”.Il suo piatto preferito è la pasta alla carbonara, anche se, essendo un amante della buona tavola, adora tutti i piatti della tradizione italiana. Non è un gran intenditore di vini. Se deve scegliere: vini rossi e rigorosamente toscani. Ha iniziato a giocare a pallone nella scuola calcio Canaletto, una società dilettantistica di La Spezia, e in età da pulcini si è trasferito nel Perticata, formazione dilettantistica carrarese. In entrambe le squadre veniva impiegato come attaccante per il suo fisico possente. A 12 anni passa al Bonascola e a 13 anni al Parma. Il suo mito di sempre è A 14 anni è costretto a giocare in porta perché entrambi i portieri sono infortunati. Dopo solo due settimane, diventa il portiere titolare, proprio come il suo mito Thomas N’Kono, celebre portiere della nazionale camerunese a Italia ’90. Passato al Parma, brucia le tappe, esordendo a soli 17 anni in Coppa UEFA contro l'Halmstad (partita finita 0-0) e in Serie A contro il Milan (altro 0-0).Il suo momento più bello in maglia bianconera è la vittoria del primo scudetto, mentre il trionfo mondiale di Germania 2006 rimarrà per sempre quello con la Nazionale.Sogna di avere una bella famiglia numerosa, come quella in cui è cresciuto, e spera in un futuro sereno e fortunato.
Gli esordi e l'affermazione

Nasce in una famiglia di sportivi: la madre Maria Stella Masocco è stata campionessa di lancio del peso e lancio del disco, lo zio Dante Masocco ha giocato a livello nazionale e nella serie A1 di pallacanestro[senza fonte], il padre Adriano è stato campione di lancio del peso e le sorelle Guendalina e Veronica sono state pallavoliste affermate. È lontano parente di Lorenzo Buffon, portiere di Milan, Inter, Fiorentina e della Nazionale.
Tifoso sin da bambino del Genoa[1], inizia nella scuola calcio U.S.d.Canaletto Sepor, una società di calcio dilettantistica della Spezia che attualmente milita nel campionato di Promozione. Passato nella categoria pulcini, torna a Carrara per giocare nel Perticata, altra formazione dilettantistica. Sia nella squadra ligure che in quella toscana ricopre il ruolo di centrocampista[1]. A 12 anni passa al Bonascola, squadra della sua città natale, ed a 13 anni viene acquistato dal Parma. Nelle giovanili dei ducali, a 14 anni, è costretto a giocare in porta, vista la contemporanea assenza di entrambi i portieri infortunati e, dopo due sole settimane, conquista tra i pali il posto di titolare.
Fa il suo esordio in Serie A nella partita Parma-Milan 0-0 del 19 novembre 1995 a soli 17 anni ed in Europa, in Coppa Uefa, contro il Vitória Guimarães (partita finita 2-0 per i portoghesi) il 24 settembre dell'anno seguente.
Nella stagione successiva (1996/97) è già titolare della squadra emiliana, con la quale colleziona 27 presenze, e l'anno successivo esordisce in Nazionale. Negli anni in cui veste la maglia parmense conquista il titolo di Campione d'Europa Under-21 nel 1996, una Coppa Uefa ed una Coppa Italia nel 1999.
La Juventus
Viene acquistato dalla Juventus insieme a Thuram, per il campionato 2001/02 per la cifra record di 105 miliardi di lire (75 in contanti più la cessione di Bachini), risultando tutt'ora il giocatore più pagato nella storia della società bianconera.
L'inizio non è semplice: le indecisioni contro il Chievo e la Roma scatenano le critiche, ma riesce a riprendersi ed a disputare una buona stagione, coronata con la vittoria del suo primo Scudetto con un emozionante sorpasso all'Inter all'ultima giornata. Dopo aver saltato gli Europei 2000 per infortunio, partecipa come titolare al Mondiale 2002 durante i quali para anche un rigore al coreano Ahn Jung-Hwan, ma l'avventura degli Azzurri finisce male.
Nel 2002/03 gioca una grandissima stagione che lo porta ad essere considerato il miglior portiere al Mondo per quell'anno. Con le sue parate straordinarie diventa una colonna della Juventus, che vince la Supercoppa Italiana ed un altro Scudetto, ma arriva a perdere la Champions League nella finalissima tutta italiana tra Milan e Juventus: dopo aver parato un rigore a Figo nella semifinale col Real Madrid, la finale di Manchester si decide ai rigori e, nonostante pari i tiri di Seedorf e Kaladze, il suo collega Dida fa meglio e la coppa va ai rossoneri (2-3). Tutt'ora gli manca un grande successo internazionale con la Juventus. Quell'anno viene premiato come miglior giocatore della Champions League.
Nel 2003/04 vince un'altra Supercoppa Italiana, ma la stagione non sorride né a lui né alla Juventus, che esce presto dalla Champions League e giunge terza in campionato, mentre Buffon subisce più di 50 reti nel corso della stagione, contando tutte le competizioni che gioca con la "Vecchia Signora". A fine stagione partecipa agli Europei, ma l'Italia esce al primo turno rimediando un'altra figuraccia.
Nel 2004/05, con Capello in panchina, gioca una grande stagione anche se con qualche indecisione che comunque non compromette la corsa verso il terzo scudetto della sua carriera, in seguito revocato per le vicende di Calciopoli, dopo un bel duello contro il Milan. In Champions League trascina la Juve con le sue grandi parate, ma si arrende nei quarti di finale contro il Liverpool.
Il 14 agosto 2005 si procura una lussazione alla spalla dopo uno scontro con Kaká durante l'amichevole Milan-Juventus per il Trofeo Berlusconi. La successiva operazione lo costringe a fermarsi per circa tre mesi, durante i quali viene sostituito da Christian Abbiati, dato in prestito dal Milan.
Torna tra i pali della Juventus alla fine di novembre, in Coppa Italia contro la Fiorentina, ma la sua forma non è eccelsa e Capello preferisce tenerlo in panchina per consentirgli di recuperare meglio la condizione migliore. Ritorna definitivamente titolare a gennaio 2006, sempre in Coppa Italia, nella partita di ritorno contro i viola. Pur non disputando una stagione ad altissimi livelli, conquista il primo posto in classifica con i bianconeri, poi retrocessi in ultima posizione dalla Giustizia Sportiva in seguito a Calciopoli.
Nonostante le grandi prestazioni di queste stagioni non ha parato un calcio di rigore in partite ufficiali per più di tre anni, dal 26 ottobre 2003 al 1° dicembre 2006.
Dopo le vicende di Calciopoli che hanno visto la Juventus retrocedere in Serie B, nonostante fosse cercato da società come Milan ed Inter, decide di continuare la sua avventura con la società torinese.
Durante la stagione nella serie cadetta alterna alcune disattenzioni a grandi parate ed il 18 novembre contro l'Albinoleffe viene espulso per la prima volta in carriera. A fine stagione, dopo aver raggiunto la promozione in Serie A, rinnova il contratto fino al 2012. Durante la nuova stagione in Serie A, prima della partita contro il Genoa, viene eletto miglior portiere del mondo per il quarto anno ed in seguito inizia a soffrire di mal di schiena, causato da una ernia del disco, che lo costringe spesso al riposo lontano dal campo. Il 10 marzo 2008 rinnova il contratto che lo lega alla Juventus FC fino al 2013, dichiarando di voler vincere tutto con la maglia bianconera. Ancora problemi nell'avvio della stagione 2008-2009, quando riporta lo stiramento dell'adduttore della coscia destra contro il Cagliari. Giocando la partita successiva il problema si accentua ed è costretto a restare fuori fino a gennaio 2009.

Nazionale
Gioca in tutte le rappresentative giovanili italiane dall'Under-15 all'Under-23. Arriva in finale all'Europeo Under-19 del 1995 e vince l'Europeo Under-21 del 1996.
Debutta in Nazionale maggiore a 19 anni, il 29 ottobre 1997 nella partita Russia-Italia (1-1), andata dello spareggio di qualificazione ai Mondiali 1998. Dopo il Mondiale '98, per il quale viene convocato come terzo portiere e diventa poi secondo per l'infortunio di Peruzzi, diventa a 20 anni il portiere titolare della squadra azzurra, anche se un infortunio lo costringe a saltare gli Europei del 2000.
Ai Mondiali del 2006 in Germania subisce solo due reti, la prima è un autogol del compagno di squadra Zaccardo, durante l'incontro con gli Stati Uniti, e l'altra è il calcio di rigore realizzato da Zinédine Zidane nella finale contro la Francia. Fino a quel momento ha mantenuto la porta italiana inviolata per ben 458 minuti, avvicinandosi al record detenuto da Walter Zenga di 518 minuti, raggiunto nel 1990.
Il 9 luglio 2006, a 28 anni, si aggiudica con la Nazionale italiana la Coppa del Mondo FIFA battendo la Francia ai rigori nella finale svolta all'Olympiastadion di Berlino. Durante la finale è da ricordare la decisiva parata effettuata nei tempi supplementari su colpo di testa di Zidane. Con le sue parate, Buffon è stato uno dei maggiori artefici della vittoria del Campionato del Mondo, ed è stato premiato come miglior portiere del Mondiale (Premio Yashin).
Agli Europei del 2008, indossa la fascia di capitano nella gara d'esordio contro l'Olanda e salva l'Italia dall'eliminazione parando un calcio di rigore ad Adrian Mutu nella seconda gara del girone eliminatorio e mantenendo inviolata la porta azzurra con grandi parate nella decisiva vittoria contro la Francia e nella gara contro la Spagna decisa ai calci di rigore, durante i quali neutralizza, inutilmente ai fini del risultato, il tiro di Guiza.

Francesco Toldo







Francesco Toldo (Padova, 2 dicembre 1971) è un calciatore italiano, che gioca come portiere nell'Inter.

Dopo aver giocato nelle giovanili del Montebelluna arriva al Milan quando ha soli 16 anni; la squadra rossonera lo gira al Verona come terzo portiere e l'anno successivo passa al Trento in C2.
Durante la parentesi trentina riesce a guadagnarsi un posto da titolare e gioca una grande partita contro il Ravenna. La squadra romagnola viene promossa in C1 e decide così di acquistare il giovane portiere, che sarà uno dei protagonisti della promozione in serie B.
Nel 1993 lo acquista la Fiorentina con la quale l'anno dopo esordisce in Serie A e gioca partite memorabili come Arsenal-Fiorentina in Champions League.
Nel periodo viola Toldo diventa un beniamino dei tifosi e uno dei cardini della squadra; nel 1996 alla guida di Ranieri la Fiorentina vince la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana contro il Milan. Nel 1998-99 la squadra allenata da Giovanni Trapattoni arriva al terzo posto in campionato e la stagione successiva alla seconda fase di Coppa Campioni.
Nell'estate del 2001 Toldo viene venduto quasi giocoforza all'Inter (all'inizio pareva destinato al Barcellona[1]) anche per sopperire ai debiti della società viola. In nerazzurro vince 3 Scudetti (Serie A 2005-2006, Serie A 2006-2007 e Serie A 2007-2008), 2 Coppe Italia (2005 e 2006) e 3 Supercoppe Italiane (2005, 2006 e 2008)
Il portiere è stato protagonista di vari alti e bassi durante i primi anni nella squadra milanese. Sono comunque da ricordare la prestazione di Valencia in Champions League (tanto da far ribattezzare "Plaza de Toldo" lo stadio Mestalla) e il discusso gol segnato contro la Juventus che è stato però assegnato a Christian Vieri. Nelle ultime tre stagioni Julio Cesar è diventato titolare dell'Inter. Ciò nonostante, Toldo ha deciso di rimanere nell'Inter, confermandosi sempre secondo di lusso grazie alle sue parate. Nelle campagne di calciomercato estivo 2007 e 2008, Toldo è stato richiesto da moltissime e blasonate società, dal Chievo Verona al Real Madrid al Bayern Monaco. In tutte queste occasioni però, Toldo ha rifiutato il trasferimento ribadendo di voler chiudere la carriera all'Inter.
Nel 1994 parte da riserva nella Italia Under-21 ma con il tempo riesce a prendere il posto di Stefano Visi, il portiere titolare.
Fa il suo esordio in Nazionale maggiore l'8 ottobre 1995 sostituendo brillantemente Luca Bucci espulso al decimo minuto del primo tempo (Toldo sostitui propriamente Gianfranco Zola poiché Luca Bucci essendo espulso non poteva esser sostituito). A partire da quella partita entra stabilmente nel giro della Nazionale e partecipa da riserva agli Europei 1996 e al Mondiale 1998.
Per via di un infortunio patito dal portiere titolare Gianluigi Buffon, Toldo ha giocato da titolare gli Europei 2000, di cui è risultato una delle stelle. La sua straordinaria prestazione nella storica semifinale di Euro 2000 contro l'Olanda in cui parò 3 rigori (uno durante i tempi regolamentari) spianò all'Italia la strada per la finale persa per via di un golden gol contro la Francia. Partecipa ancora come secondo portiere al Mondiale 2002 e a Euro 2004, dopo il quale decide di dare l'addio alla Nazionale. Per Euro 2008 si mette a disposizione della nazionale italiana, dichiarandosi pronto a ritornare per dare il suo contributo a questa competizione internazionale, ma ugualmente senza essere convocato da Donadoni.

Un po' di STORIA 5 - Dino Zoff








« Era un portiere di grandissimo livello, capace di restare calmo nel corso dei momenti più duri. Egli è sempre frenato sia dal pudore che dal rispetto degli avversari. Alla fine della partita contro il Brasile, è venuto a darmi un bacio sulla guancia, senza dire una sola parola. Per me, quel momento fugace è stato il più intenso di tutta la Coppa del Mondo. »
(Enzo Bearzot, ex C.T. della nazionale italiana, da fifa.com)

Dino Zoff (Mariano del Friuli, 28 febbraio 1942) è un allenatore di calcio, dirigente sportivo e ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Campione europeo nel 1968, campione mondiale nel 1982 e vice-campione mondiale nel 1970 con la Nazionale italiana. Nel 2004 Pelé ha incluso il suo nome nei FIFA 100, l'elenco dei 125 migliori giocatori viventi..
Reputato uno dei portieri più abili nella storia del calcio, è il vincitore più anziano della Coppa del mondo, vinta nel 1982, all'età di quarant'anni, come capitano della Nazionale italiana. Occupa la 49° posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer.
Finora è l'unico giocatore italiano che è stato sia campione europeo che campione mondiale con la propria Nazionale.

Si affacciò nel calcio professionistico a 19 anni grazie all'Udinese, squadra nella quale esordì in Serie A il 24 settembre 1961 in Fiorentina-Udinese 5-2. Estremo difensore di sicura affidabilità e freddezza, Zoff divenne titolare della squadra friulana nella successiva stagione in Serie B; il Mantova riportò nel 1963 il portiere in serie A e lo tenne fino al 1967, anno del passaggio al Napoli e dell'arrivo in Nazionale. Difese la porta della squadra partenopea per 143 incontri, prima di essere ceduto alla Juventus. In Nazionale si alternò con Albertosi finché, dal 1972, divenne il titolare indiscusso per circa 11 anni.
Nello stesso anno fu ingaggiato dalla Juventus per difenderne la porta: fino alla fine della stagione 1982-1983 non avrebbe più saltato una partita di campionato. Al sodalizio sportivo con la Juventus sono, inoltre, legate tutte le vittorie con squadre di club, sia come giocatore che come allenatore: in undici stagioni da portiere vinse per sei volte il titolo di campione d'Italia (1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, due Coppe Italia (1978-1979, 1982-1983) ed una Coppa UEFA (1976-1977).


Dal 1968 al 1983 Zoff difese in totale per 112 volte la porta della nazionale italiana, della quale, dopo Paolo Maldini (126 presenze) e Fabio Cannavaro (116) è il calciatore con più presenze ed il primo ad aver raggiunto la quota delle cento presenze. Vinse il campionato europeo di calcio nel 1968 in Italia ed il campionato del mondo di calcio nel 1982 in Spagna, unico calciatore italiano del dopoguerra ad avere vinto sia la competizione mondiale che quella continentale per squadre nazionali.

Alla fine della carriera di calciatore, entrò nei ranghi tecnici della FIGC e gli venne affidata la conduzione della nazionale Olimpica, che riuscì a qualificare al torneo olimpico di Seoul nel 1988 che l'Italia chiuse al quarto posto.
Nell'estate del 1988 fu ingaggiato come tecnico della Juventus, con la quale rimase due stagioni, vincendo una Coppa Italia e una Coppa UEFA. Nel 1990 assunse la guida tecnica della Lazio, squadra della quale ricoprì anche la carica di presidente durante la gestione proprietaria di Sergio Cragnotti.
Nel 1998, a seguito dell'eliminazione della Nazionale ai quarti di finale del campionato del mondo in Francia, Zoff fu chiamato a sostituire Cesare Maldini in vista del campionato europeo del 2000 disputato in Belgio e Paesi Bassi. Sotto la guida di Zoff l'Italia arrivò in finale dopo avere eliminato in semifinale proprio l'Olanda padrona di casa; in finale la Francia, dopo essere stata in svantaggio fino agli ultimi minuti, pareggiò a pochi secondi dalla fine con Wiltord e vinse con un golden goal segnato da Trézéguet nei tempi supplementari. Al termine della partita Zoff fu aspramente criticato da Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia e presidente del Milan[2] ed a tali critiche Zoff reagì annunciando le proprie dimissioni immediate in segno di protesta.[3]
La più recente esperienza in panchina di Zoff risale al campionato 2004-2005, quando condusse la neopromossa Fiorentina alla salvezza in Serie A, subentrando all'esonerato Sergio Buso.
Nel 2005, per celebrare il proprio 50° anniversario, l'UEFA invitò ogni federazione nazionale ad essa affiliata di indicare il proprio miglior giocatore dell'ultimo mezzo secolo. La scelta della FIGC ricadde su Zoff, designato quindi Golden Player dall'UEFA.

Presenze consecutive in Serie A: 332 (Napoli 2, Juventus 330), dalla 28a giornata del campionato 1971/72 alla 30a del campionato 1982/83 (fino al settembre 2005 Dino Zoff deteneva anche il primato assoluto di presenze in serie A, 570, superato da Paolo Maldini e Gianluca Pagliuca).

Imbattibilità in nazionale: 1.143 minuti, dal 20/9/1972 al 15/6/1974 (Italia-Haiti 3-1, goal di Emmanuel Sanon).

Calciatore più anziano ad avere vinto un Campionato del mondo (11 luglio 1982, 40 anni, 4 mesi e 14 giorni).
Insieme a Gianpiero Combi nel 1934, Zoff è stato l'unico portiere ad avere vinto una Coppa del Mondo in qualità di capitano della sua nazionale.

Gli inizi:

Dino Zoff, figlio di Mario e di Anna, aveva sogni grandi come tutti i ragazzi della sua età. Avrebbe voluto fare il calciatore, da grande. Ma conosceva il significato di certi valori. La fatica, il lavoro. Glieli aveva trasmessi papà Mario, che alla mattina partiva per i campi e tornava solo dopo il tramonto per tenere in piedi la famiglia. Avrebbe voluto fare il portiere di calcio, il piccolo Dino. Ma venne su senza smanie, senza viaggiare troppo con la fantasia. Prima il lavoro, la scuola. Poi il calcio, e se davvero un giorno fossero venuti fuori i numeri allora sì, se ne sarebbe parlato. Era il verbo del Mario, e Dino non fece fatica ad accettare perché era in sintonia.Così, arrivarono i tempi dell'officina. Dino partiva ogni mattina in bicicletta verso Gorizia per andare a sistemare motori. Altra vocazione. Ci sapeva fare, il ragazzo, e il mestiere gli piaceva. Portava a casa i primi soldi, sessantamila al mese, e i padroni gli permettevano anche di andare a giocare a pallone. Tra i pali, naturalmente. A faticare, anche lì, perché quello era il credo e lo sarebbe sempre stato. I suoi idoli di ragazzo, del resto, erano sportivi che si arrampicavano quotidianamente sui muri alti del sacrificio. Fausto Coppi e Abdon Pamich, eroi di modestia, uomini veri. Campioni nel ciclismo e nell'atletica, discipline in cui non puoi barare quando resti solo con te stesso a misurare i limiti della tua resistenza.Fatica, sacrificio. Parole ricorrenti, nel vocabolario di un ragazzo del Friuli che imparava a farsi uomo e ad esprimersi con poche frasi, con l'arte dei gesti e dei silenzi, degli sguardi e delle pause. Fatica, sacrificio. Nella vita, nel lavoro e anche nello sport. Nel calcio. Il portierino cresceva, sudava, giocando nella Marianese, praticamente sottocasa. Ma era, appunto, un portierino. Piccolo e gracile, a quindici anni. Si parlava di lui, vennero a vederlo gli osservatori di Inter e Juve. Ma ai provini lo scartarono, nell'ordine, Giuseppe Meazza e Renato Cesarini. Lui non si abbatté. Si rimboccò le maniche, in officina e sui campi. E nel frattempo maturò, anche fisicamente. Avrebbe potuto diventare un buon meccanico, il figlio del Mario. Diventò calciatore. Diventò leggenda!

L'oro di Napoli
Alla fine, qualcuno finalmente notò il portiere della Marianese. Racconta Luigi "Cina" Bonizzoni, che lo fece esordire in Serie A nell'Udinese e lo lanciò definitivamente nel Mantova, che «il vero scopritore di Dino si chiamava Comuzzi, girava tutto il Friuli come osservatore e lo portò all'Udinese». Dove iniziò la leggenda, l'avventura. Una brutta domenica di fine estate, in fondo: è il 24 settembre del '61, Dino ha diciannove anni e mezzo, Bonizzoni lo mette in campo contro la Fiorentina e lui incassa cinque reti. Le ricorda ancora oggi: «Andai al cinema qualche giorno dopo. Nell'intervallo c'era la Settimana Incom, fecero vedere i gol di quella partita e io sprofondai sotto le poltroncine». Poi la retrocessione, la prima stagione da numero uno in Serie B. Nonostante questo, Dino non riuscì a essere profeta in patria. Due anni difficili, gelo intorno e poca propensione al perdono da parte dei tifosi. Per ogni errore, un processo. Meglio cambiare aria. E l'aria nuova, pulita, la trovò a Mantova. Con Bonizzoni allenatore, appunto. «Lo vidi arrivare con una 600 elaborata che filava velocissima. Il cofano era legato con una cinghia, perché rischiava di alzarsi controvento. Sì, Dino non aveva dimenticato come si curano i motori. Ma quella macchina gliela proibii. Mi sembrava un rischio assurdo». Mantova fu la tranquillità, la maturità. Tre stagioni in A e una in B, una progressione costante. Accanto a compagni di squadra che si chiamavano Gigi Simoni, Gustavo Giagnoni, e poi Tomeazzi, Cancian, Nicolè, Sormani, Schnellinger. E Santarelli, il portiere arrivato da Bologna con un ginocchio malandato, che si fece da parte e prese il giovane Zoff sotto la sua ala protettrice.
muri alti del sacrificio. Fausto Coppi e Abdon Pamich, eroi di modestia, uomini veri. Campioni nel ciclismo e nell'atletica, discipline in cui non puoi barare quando resti solo con te stesso a misurare i limiti della tua resistenza.Fatica, sacrificio. Parole ricorrenti, nel vocabolario di un ragazzo del Friuli che imparava a farsi uomo e ad esprimersi con poche frasi, con l'arte dei gesti e dei silenzi, degli sguardi e delle pause. Fatica, sacrificio. Nella vita, nel lavoro e anche nello sport. Nel calcio.

Mantova fu la famiglia, anche. L'incontro con Anna, l'amore, il matrimonio. Quattro anni indimenticabili, prima di quel trasferimento rocambolesco: doveva essere Milan, all'ultimo momento (addirittura qualche minuto oltre quello che allora era il tempo massimo) fu Napoli. E Napoli fu un altro passo nella costruzione della leggenda.Cinque stagioni in cui il calcio italiano imparò a conoscere Dino Zoff. Fino ad aprirgli le porte della Nazionale, dove iniziò la convivenza con il più grande dei suoi rivali, Ricky Albertosi, esattamente l'opposto di Dino dal punto di vista tecnico e caratteriale. All'ombra di Ricky, Zoff visse l'avventura mondiale di Messico '70 dalla panchina. Ma l'Europeo '68, quello della doppia finale con la Jugoslavia, fu un'emozione tutta sua. E dietro alle prime gioie azzurre, l'azzurro di Napoli. Napoli e Dino Zoff, un amore apparentemente strano e incomprensibile. Città estroversa, uomo chiuso e riflessivo. Così vicini, così lontani. Fatti l'uno per l'altra, nonostante tutto. E che squadra, poi, davanti alla porta di Zoff. Altafini e Sivori, Juliano e Panzanato, Canè e Montefusco, Barison e Bianchi. Un gruppo che avrebbe potuto andare oltre il secondo della stagione '67-68. Si parlava di scudetto, certo, in quegli anni napoletani. Se non arrivò, fu per certi problemi che si vivevano fuori dal campo: le lotte al vertice della società, la frenesia che agitava i dirigenti e inevitabilmente si ripercuoteva sui giocatori.

Gli anni della SignoraÈ già una stella, Dino Zoff. E il bello deve ancora arrivare. Anno 1972, il campione ha trent'anni precisi quando si chiude il ciclo di Napoli. Quando arriva il richiamo della Signora del calcio italiano. Lassù, a Torino, la Juventus sta rifondando e rinascendo intorno a un gruppo di giovani che faranno storia. Ci sono Bettega, Causio, Anastasi, Altarini, Capello.C'è posto anche per Zoff. Che chiude in valigia i ricordi migliori e parte per una nuova avventura. Durerà undici stagioni, e forse all'inizio neppure lui l'avrebbe immaginato. Lo inseguiva da tre stagioni, la Juventus. Era un altro Zoff, così diverso da quel ragazzino scartato al famoso provino del '58. Era un portiere che dava sicurezza. Certo, i grandi "numeri uno" del passato forse non lo hanno mai amato del tutto: troppo lontano dal concetto di uomo volante, mai percorso da quella vena di follia che per tradizione portava i portieri alla bravata, al gesto spettacolare. In un mondo di adorabili pazzi, Dino Zoff porta la sua saggezza antica. Niente fuochi d'artificio, tanta concretezza. La prima Juve di Zoff, quella del '72-73, vince subito lo scudetto. Lui la ricorderà sempre come la più bella, la più spettacolare. «C'erano Causio, Haller, Bettega. La velocità insieme alla fantasia, la classe mescolata al dinamismo. Dopo arrivò gente come Benetti e Boninsegna, che aumentò forza fisica ed esperienza del gruppo. Ma quella prima Juve mi è rimasta nel cuore». Arrivò altro, dopo. Cabrini, Tardelli. E soprattutto gli stranieri. Il primo fu Brady, a ruota arrivarono Platini e Boniek. Gli anni di Trapattoni, per capirci, e di un calcio italiano che riapriva le frontiere e si faceva più scaltro, più scafato. Undici stagioni e almeno due cicli bianconeri. Che finalmente riempirono la bacheca di Zoff di trofei. Sei scudetti, una Coppa Uefa, due volte la Coppa Italia. E una serie di record difficili da battere. Di fedeltà, di longevità.


Il mondo in manoNegli anni della Juventus, Dino Zoff diventa il Mito. SuperDino, per tutti. E gli anni bianconeri sono anche i migliori anni azzurri, quelli in cui Zoff diventa inamovibile e insostituibile tra i pali della Nazionale e tutti gli eredi non possono che accomodarsi ad aspettare che il re abdichi. Quattro Mondiali vissuti intensamente: quello della panchina a Messico '70, quello delle delusioni e dei rimorsi per un'Italia incompiuta nel '74, in Germania. E poi, i più importanti. Argentina '78, la condanna e il declino annunciato. Spagna '82, la rivincita e il trionfo del campione che risorge senza troppi proclami, non con le parole ma con il lavoro duro.In Argentina, Zoff sale sul banco degli imputati. Il quarto posto dell'Italia è considerato una mezza debacle, attribuita soprattutto a lui, alla sua incertezza nel respingere i tiri da lontano. Zoff, si dice, sta diventando vecchio, ha i riflessi appannati. Lui incassa le critiche, non le approva ma tace. E riparte. Quattro anni dopo, più ancora che quelle della finale contro la Germania, l'immagine del trionfo mondiale degli azzurri è quella della mano di Zoff che al 90° della semifinale tra Italia e Brasile inchioda sulla linea di porta il pallone colpito di testa da Paulo Isidoro, salva il vantaggio azzurro e trascina la squadra in finale. E il campione che si rialza guarda dritto davanti
a sé, e il suo sguardo sembra rivolgersi a quelli che lo avevano condannato prima del tempo in Argentina. Ditelo adesso, c'è scritto in quello sguardo, che sono vecchio e appannato. Un attimo. Perché Dino Zoff non è un uomo in cerca di rivincite. Quello che gli interessa è andare oltre, migliorarsi. Anche a quarant'anni. E a quarant'anni, infatti, diventa Campione del mondo!

Il Mito azzurroAltra immagine. La carezza a Bearzot dopo la vittoria in finale, prima di alzare la coppa al cielo, da capitano. Un sorriso aperto, finalmente, e quella carezza leggera a un uomo della sua stessa terra, come lui e più di lui spesso ingiustamente criticato. Un uomo a cui Dino Zoff sente di dovere molto, dal punto di vista tecnico e soprattutto da quello umano.Dino Zoff chiude la carriera azzurra dopo 112 partite, per lungo tempo record assoluto per un giocatore italiano, sopravvanzato ultimamente solo da Paolo Maldini e Cannavaro. La sua faccia tranquilla e sicura è finita sulle copertine di Time e di Newsweek, le sue mani che alzano la Coppa su un francobollo commemorativo dopo il trionfo mondiale. Ha giocato con Burgnich e Facchetti, con Castano e Guarneri, ha visto nascere in azzurro Antognoni, Tardelli, Scirea, Graziani, Cabrini, Paolo Rossi e Bergomi. Ha vinto un titolo europeo e un Mondiale, e anche questa impresa in Italia non è riuscita a nessun altro.

DINO ZOFF - I NUMRI -

Dino Zoff è nato a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942. Ha esordito in Serie A con l'Udinese, il 24 settembre 1961 a Firenze (Fiorentina-Udinese 5-2). Ha giocato in Serie A con Udinese, Mantova, Napoli e Juventus, in B con Udinese e Mantova. In Nazionale ha giocato 112 partite (esordio il 20 aprile 1968 a Napoli, Italia-Bulgaria 2-0), vincendo il titolo mondiale nel 1982.IL PALMARESVenti stagioni in Serie A. due in Serie B. La carriera da giocatore, iniziata nel '61, si protrae fino al 15 maggio 1983, quando Dino Zoff gioca la 570a e ultima partita in Serie A prima di ritirarsi (Juventus-Genoa 4-2) con in lasca l'ennesimo titolo di campione d'Italia. Alla fine ne Colleziona sei, di scudetti, tutti con la Juventus nelle stagioni '72-73 (la prima da bianconero), '74-75/76-77, 77-78, W80-8I e '82-K3. Sempre con la Juventus vince due volte la Coppa Italia (79 e '83) e nel '77 conquista il primo trofeo europeo nella stona della società bianconera, la Coppa Uefa. Sfiora due volte la Coppa Campioni raggiungendo la finale nel 73 (battuto dall'Ajax) e nell'83 (sconfitto dall'Amburgo). Con la Nazionale disputa quattro Mondiali: nel '70, in Messico, è il vice di Albertosi e non scende in campo nell'edizione che vale il secondo posto. Nel '74 in Germania torna a casa dopo il girone eliminatorio, nel '78 in Argentina è quarto e finalmente, nell'82 in Spagna, da capitano della squadra, si laurea campione del mondo. Sempre in azzurro, ha conquistato il titolo di campione d'Europa nel 1968.I RECORDDino Zoff ha il primato assoluto di presenze nel campionato di Serie A: al momento del ritiro, nell'83, ne aveva collezionate 570 (4 con l'Udinese, 93 col Mantova. 143 col Napoli e 330 Con la Juventus). In maglia bianconera non ha saltato una partita in undici stagioni: una serie che, con l'aggiunta delle ultime due partite con la maglia del Napoli, porta a una striscia di 332 partite consecutive in Serie A, ancora oggi record assoluto nel massimo campionato.Un altro record durato a lungo è quello di imbattibilità tra i pali: 903 minuti di fila, una serie interrotta il 18 febbraio 1973 e destinata a resistere ventun anni (battuto, con 929 minuti, da Sebastiano Rossi nel '94). In Nazionale, Zoff ha collezionato 112 presenze, primato assoluto nella storia azzurra. Anche in questo caso ha stabilito un record di imbattibilità, ovvero 1143 minuti senza subire gol: dal 73' di Italia-Jugoslavia 3-1 del 20 settembre 1972 al 46' di Italia-Haiti 3-1 del 15 giugno 1974, primo match dell'avventura mondiale in Germania.

Un po' di STORIA 4 - Fernando Orsi



Fernando Orsi ex portiere della Lazio tra gli anni 80 e 90, una chiacchierata tecnica sul portiere e sui preparatori dei portieri.




Oggi Fernando dopo un breve periodo di preparatore dei portieri, sempre alla Lazio dove ha allenato Marchegiani e Peruzzi, ora fa l’allenatore. Pensiamo anche di avergli portato fortuna perché pochi giorni dopo il nostro incontro è tornato sulla panchina del Livorno dove era stato esonerato a ottobre, alla settima giornata di campionato.



Lei ha iniziato la sua carriera da allenatore, prima come preparatore dei portieri, poi ha fatto il secondo e infine l’ allenatore, era un obiettivo prefissato o è maturato strada facendo?




Era un obiettivo prefissato. Mi è sempre piaciuto guardare la partita con occhi diversi dal punto di vista del portiere. Un portiere inoltre in parte agevolato perché ha sempre guardato la partita da dietro e ha una visione a 360°, sfatando secondo me un luogo comune sbagliato secondo il quale i portieri non possono fare l’allenatore. Il portiere può fare benissimo l’allenatore.




Lei ha vissuto alla Lazio i momenti più alti della sua carriera, in due momenti profondamente diversi. Quali sono i ricordi più belli di quei periodi e quali le differenze?Il primo periodo è stato bello perché mi ha permesso di debuttare in serie A, di affacciarmi al palcoscenico più importante, poi è arrivata anche la nazionale U21, quegli anni li sono stati fondamentali per me. Sono andato fuori e poi sono tornato da comprimario, poi mi sono tolto delle soddisfazioni da titolare giocando un campionato importante per i posti UEFA. Giocavo contro e con giocatori di statura mondiale: Zico, Platini, Socrates , Maradona e tanti altri, per me è un vanto averci giocato contro; come è stato un onore giocare con grandi campioni del calibro di Giordano, Manfredonia, Laudrup, e poi ancora Doll, Gascoigne, Casiraghi, Boksic, Nedved e tanti altri, è comunque difficile scegliere le due Lazio perché comunque giocavo in Serie A e con grandi campioni.Quando è stato il momento più difficile della sua carriera? E come ne è uscito?La Lazio mi ha sempre messo i bastoni tra le ruote, mi ha mandato via due volte: l’anno della promozione in Serie A perché non piacevo al duo Chinaglia – Pulici, mi mandarono a giocare a Pescara, poi invece sono rientrato per fortuna della Lazio e ci siamo salvati, se non fossi tornato probabilmente retrocedevano. Poi anche nell’era Cragnotti mi avevano messo fuori rosa, puntavano su Di Sarno ma poi rientrai e tornammo in UEFA dopo 17 anni.. Tre suoi pregi e tre suoi difetti. Cominciamo con i difetti: sono permaloso, che sono tre difetti in uno; ho un grosso pregio sono un gran lavoratore, sono uno stacanovista. Mentre invece tecnicamente non avevo grossi difetti tecnici, avevo buona tecnica, diciamo che avevo sei in tutto, ero molto bravo sulle uscite basse, un po’ meno su quelle alte, anche se crossavano in maniera diversa, oggi è più difficile, i cross sono forti e tagliati.La partita più bella e quella più brutta che ha giocato. La parata più bella e la papera più clamorosa. In serie B ho fatto belle cose ma i ricordi più importanti sono in serie A, mi ricordo un Inter – Lazio a S. Siro dove feci una grandissima partita la partita finì 1 – 1; la più brutta a Napoli contro Maradona dove perdemmo 4 – 0 ed esonerarono anche Lorenzo, a me gli esoneri non piacciono, quella fu veramente una brutta giornata. La parata più bella, anche se non fu proprio bellissima ma piena di soddisfazioni, perché venivamo da un brutto momento, quel anno lì iniziammo alla grande e poi ci fu un calo, stavamo a Catania e vincevamo 2 – 1, al 90° ci fu una punizione dal limite io intuii la traiettoria, feci due passi e deviai in angolo, fu una parata importante perché ci permise di salire in A diretti senza spareggi. L’errore più brutto fu in un derby al Flaminio che perdemmo 1 – 0, su un cross di Giannini uscii a vuoto e Voeller di testa fece gol, non fu tanto per l’ errore in se, perdere però un derby in quel modo è brutto, perdere un derby è sempre una cosa bruttissima.Secondo Lei la sua carriera poteva essere migliore e se si quali le cause che non le hanno permesso ciò?Si! Sicuramente poteva essere migliore, perché quando nel 92-93, con l’arrivo di Marchegiani, avessi deciso di andare a giocare in una squadra di serie A più piccola, le offerte non mancavano, avrei potuto fare circa cento presenze in più, fu però una scelta con la prospettiva per poi iniziare ad allenare, qui conoscevo l’ambiente e infatti al termine della carriera ho fatto preparatore dei portieri e poi allenatore in seconda.Lei ha giocato con grandissimi campioni, qual è stato il più grande? Gascoigne. Paul fu un grandissimo campione, però aveva tantissimi problemi, dall’alcolismo ad una instabilità caratteriale che ne ha condizionato molto la sua carriera, la sua genialità era fuori dal comune. Ho visto anche Boksic, Veron, Simeone, Mancini, Nesta, Winter, Fuser, Nedved, Vieri, Salas, Casiraghi; Gascoigne però era la genialità, il fuoriclasse. Ha mantenuto rapporti di amicizia?No. Il mondo del calcio non ti consente di coltivare amicizie, sono dei colleghi di lavoro che in quel momento possono sembrare amici, poi quando cambi squadra ci si perde di vista.
Ha mai pensato che Maradona si accanì un po’ su di Lei?No, però l’ho fatto diventare famoso io, altrimenti come avrebbe fatto a fare le sue cassette.Qual è la cosa che le dava più fastidio di un suo compagno di squadra?Quando durante la settimana non si allenava per bene, perché si ha il dovere professionale di dare il massimo anche se a volte può succedere di non avere tanta voglia o si è dormito poco perché si hanno bambini piccoli, la prestazione della domenica è legata all’andamento settimanale, per questo ci vuole il massimo impegno anche se non si è al meglio; oppure quando, a prescindere se si è amici o meno, non c’è collaborazione con un compagno in difficoltà.
Presumo quindi che da allenatore siano i stessi comportamenti a darle fastidio.Si, da allenatore è peggio. Bisogna entrare nella mentalità dei giocatori. L’allenatore più bravo è quello che riesce a gestire meglio lo spogliatoio ed entrare in sintonia con il gruppo, poi il lavoro è una conseguenza, perché dipende dai giocatori l’ andamento di una gara e di un’annata.
Quali sono stati i suoi “maestri”,? (allenatori e preparatori)Zoff su tutti, poi Ericson e ZemanNello specifico Zoff come interagiva con i portieri?Lasciava molta indipendenza al preparatore, guardava senza mai intervenire o entrare nel merito delle esercitazioni e dell’ allenamento. Ci aiutava mentalmente a capire che il portiere è un ruolo a se stante, dove sei soltanto tu contro tutti, non puoi sbagliare, è un mestiere che prima va preparato mentalmente poi sul campo. Certo per lui era facile ha giocato vent’anni alla Juve e gli hanno tirato quarto volte in porta, però quelle quattro le ha parate! Stava sempre lì. Ha mai sofferto di ansia da prestazione sportiva? Se si come l’ha fronteggiata? Si! Tutte le partite che ho fatto erano accompagnate non da paura ma da una grossa tensione, come è giusto che sia. Gli esordi e i grandi eventi hanno una tensione maggiore, sono adrenalina, incide anche molto il carattere del singolo, poi però giocando ci si convive e si riesce a controllare.Quali sono secondo Lei, fortuna a parte, i requisiti che non possono mancare per diventare portieri di alto livello?Bisogna lavorare molto, avere un grosso spirito di autocritica che ti consente di lavorare sugli errori e migliorarsi, questo è l’unico mestiere che non ti concede pause e quindi bisogna allenarsi molto sulla ripetitività del gesto a migliorare la tecnica, poi ci sono istinto e bravura.
Lei è d’accordo con chi sostiene che la leggenda del portiere “matto” non ha più motivo di esistere?Il portiere deve essere uno “sano” no matto, sempre lucido, quando si getta tra le gambe di un avversario non lo fa avventatamente, lo fa con il tempo giusto, non prende rischi inutili. Per questo deve ragionare più di tutti. I portieri non sono matti. Ci vuole anche molta autostima altrimenti sei finito. Secondo lei perché in Italia oggi ci sono tanti portieri stranieri? È un periodo, ci sono stati i momenti dei grandi difensori dei grandi portieri...C’è qualche motivo secondo lei legato alle metodiche o alle eccessive pressioni?Si le metodiche contano, non c’è più una grande scuola, ci si allena in maniera diversa soprattutto dopo il cambiamento delle regole, gli allenamenti di una volta non si fanno più, ci si allena più con la squadra e con i piedi e si toglie tempo al lavoro specifico. Secondo me c’è un involuzione del ruolo. Prima non c’erano preparatori dei portieri ora ci sono didattiche e scuole di portieri e siamo comunque invasi da portieri stranieri, perché secondo lei?Una volta avevamo qualcosa in più di tante altre nazioni, oggi si sono adeguate, se prima noi avevamo due preparatori in Italia, le altre nazioni non ne avevano. Prima in Inghilterra e in Spagna prendevano il portiere e gli tiravano in porta. Fino a dieci anni fa Italia i portieri uscivano prevalentemente dalle grandi squadre che li crescevano e gli davano un’impostazione: Galli, Zinetti, io stesso e tanti altri. Oggi è più difficile allenare i portieri.Il discorso pressioni ha la sua influenza sul momento dei portieri italiani?Si, moltissimo. Oggi non danno più il tempo di crescere a un ragazzo, se sbagli sei fuori, e questo avviene anche nel settore giovanile, prima si faceva una scelta e si dava il tempo crescere anche se i risultati non erano immediati. Chi sono secondo lei i migliori 5 portieri in seria A?Buffon, Julio Cesar, Doni, Handanovic e AmeliaE del passato?Zoff, Tomacesky, G. Galli, Pfaf e Schumacher.Un portiere che secondo lei è sopravvalutato e uno sottovalutato.Il portiere non è un ruolo che ti consente di vedere se è sopravvalutato o sottovalutato, perché se fa tre errori reiterati va fuori, quindi chi è arrivato a grandi livelli se lo è meritato. Non credo che ci siano portieri sopra o sottovalutati. Un preparatore dei portieri moderno che lavora con le prime squadre che priorità dovrebbe dare al suo lavoro e di conseguenza come dovrebbe programmare il suo lavoro? La priorità è insegnare la tecnica, perché più tecnica hai e più eviti goal, questa è la prima cosa.
Rimanendo nel tecnico del portiere come imposta una preparazione e come organizza una settimana tipo?Il martedì leggero: molto con la squadra, poi tecnica e presa, spostamenti laterali e in avanzamento, presa alta. Il mercoledì mattina fisico in palestra, quindi forza o dei circuiti di velocità andando anche a terra e tanti addominali; il pomeriggio dopo riscaldamento tecnico con prese e movimenti laterali, tiri e partitina. Il giovedì lavoro tecnico: uscite basse e anticipi. Il venerdì palle alte e sempre tecnica. Il sabato rifinitura: riflessi e psicocinetica.Per un settore giovanile?Mi ripeto ma secondo me la tecnica è un elemento fondamentale. Mi piace vedere portieri che bloccano bene la palla, che a terra vadano con la spalla nella maniera corretta, la rialzata che è molto difficile, sulle palle rasoterra vedere appoggiare il ginocchio in modo elegante e le mani bene a cucchiaio. La forza e la forza esplosiva poi arrivano di conseguenza, ma senza la tecnica gli esercizi più difficili non riescono bene, perché se hai coordinazione ti puoi rialzare già pronto per prendere un’ altra palla.
Quali sono le qualità tecnico-umane che non dovrebbero mancare ad un preparatore dei portieri di prima squadra e settore giovanile?Bisogna entrare nell’ottica che è un lavoro di gruppo, anche se poi in realtà il portiere è solo, bisogna comunicare molto con loro, insegnare ai più piccoli gli inconvenienti del mestiere e come fronteggiarli, e ai più grandi anche esprimere fiducia e il più possibile non farli sentire soli.
Un commento sui palloni moderni.Sono d’accordo con Zoff quando dice che i palloni sono sostanzialmente gli stessi e cambia soltanto il rivestimento. Chi è cambiato, e molto, è il calciatore che nei quadricipiti ha una forza spaventosa e i portieri che non bloccano più la palla per Il retropassaggio e le restrizioni sulle uscite basse del portiere hanno aumentato lo spettacolo?Abolirei l’espulsione del portiere per fallo da ultimo uomo, perché ormai gli attaccanti cercano il contatto con il portiere in uscita bassa per l’espulsione e rigore, e non può certo smaterializzarsi! Mentre per il retropassaggio sono d’accordo perché ha reso il gioco meno noioso.
Se rinascesse farebbe il portiere?Sicuramente si! Poi in uno stadio pieno, quando entrano le squadre chi si riconosce subito? Il portiere! Abbiamo la maglia diversa, siamo avvantaggiati!





LA SCHEDA
Fernando Orsi
Dati biografici
Nato 12 settembre 1959 Roma
Ruolo allenatore, ex portiere Carriera Giovanili
RomaClub professionistici
1978-1979 Roma 0
1979-1980 Siena 34
1980-1982 Parma 51
1982-1985 Lazio 82
1985-1989 Arezzo 125
1989-1998 Lazio 43

Carriera da allenatore
2002-2004Lazio (vice)
2004-2007Inter (vice)
2007Livorno